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Oggi affrontiamo un tema particolarmente rilevante nella pratica fiscale d’impresa: il trattamento delle royalties e, soprattutto, quali indicazioni operative si possono trarre dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 12846 del 22 aprile 2022.
Si tratta di un argomento che, in apparenza, potrebbe sembrare confinato alla sola determinazione di un costo deducibile.
In realtà, coinvolge profili ben più ampi: la corretta gestione dei beni immateriali, la tenuta documentale dei rapporti contrattuali, la sostenibilità fiscale dei canoni e, nei casi più delicati, i rapporti infragruppo o con soci e parti correlate.
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Ora sei pronto a scoprire perché questa sentenza può incidere sul modo in cui gestisci i tuoi marchi, le tue licenze e le tue strategie di branding?
Bando alle ciance…let’s go.
Quando un’impresa corrisponde royalties per l’utilizzo di un marchio, di un know-how o di altri beni immateriali, entra in un ambito che, da sempre, riceve particolare attenzione in sede di controllo fiscale.
Ciò accade soprattutto quando il rapporto intercorre:
In questi casi, l’errore più frequente consiste nel ritenere che il problema fiscale riguardi esclusivamente la misura percentuale della royalty.
Non è così.
Il vero tema non è la percentuale in sé.
Il vero tema è la difendibilità fiscale del costo.
Molte contestazioni, infatti, non nascono perché l’Amministrazione finanziaria ritiene astrattamente “elevata” una determinata royalty, ma perché il contribuente non riesce a dimostrare in modo adeguato:
In altri termini:
La sentenza n.12846/2022 trae origine da una verifica fiscale nei confronti di una società italiana che corrispondeva royalties a una società estera del gruppo, titolare del marchio.
Si tratta di una situazione molto frequente nella prassi.
L’Agenzia delle Entrate aveva contestato, in particolare:
Le Commissioni tributarie avevano già accolto le ragioni dell’impresa.
La Corte di Cassazione ha confermato tale impostazione, consolidando un principio di particolare importanza pratica.
Il principio centrale può essere sintetizzato così:
l’Amministrazione finanziaria non può sostituirsi all’imprenditore nelle valutazioni di convenienza economica.
In concreto, ciò significa che il Fisco non può:
Può invece verificare se il costo:
Ed è proprio su questo terreno che si concentra la reale tenuta fiscale delle royalties.
Uno degli equivoci più diffusi consiste nel confondere:
La sentenza conferma un orientamento ormai consolidato: l’inerenza non riguarda la maggiore o minore convenienza del costo, ma il suo collegamento con l’attività d’impresa e con la produzione del reddito.
In termini pratici, il costo per royalties può considerarsi inerente se risultano dimostrati elementi quali:
Pertanto, un costo può anche essere significativo sotto il profilo economico, senza che ciò lo renda automaticamente indeducibile.
Il punto realmente decisivo è un altro: la royalty deve essere giustificabile a valore di mercato.
Ciò non significa che esista una percentuale “giusta” valida in assoluto.
Significa, invece, che il corrispettivo deve essere:
In sintesi:
non esiste una royalty corretta in astratto; esiste una royalty fiscalmente difendibile.
Su questo aspetto è opportuno essere molto chiari.
Nella prassi professionale circola spesso l’idea che esista una percentuale “tranquilla”, talvolta individuata nel 5%, al di sotto della quale il rischio di contestazione sarebbe ridotto o addirittura inesistente.
Si tratta di un’impostazione fuorviante.
Nel documento allegato viene richiamata la Circolare 32/1980 come riferimento storico a fasce orientative:
Tuttavia, anche assumendo tali percentuali come meri riferimenti di prassi, è essenziale chiarire che:
non costituiscono limiti di legge;
Di conseguenza:
Se c’è un profilo che merita la massima attenzione, è questo: l’onere della prova grava sul contribuente.
Ciò implica che non è sufficiente:
Occorre poter dimostrare, in modo coerente e documentato, l’intera struttura dell’operazione.
Per rendere il costo per royalties maggiormente sostenibile in caso di controllo, è opportuno poter documentare almeno i seguenti aspetti:
In assenza di tali elementi, anche un impianto contrattuale formalmente corretto può risultare debole sul piano sostanziale.
Dalla prassi emergono, in particolare, due situazioni tipiche.
Quando il concedente del marchio o del know-how è il socio della società utilizzatrice, o comunque un soggetto strettamente collegato, il livello di attenzione fiscale tende ad aumentare.
In queste ipotesi, l’Amministrazione finanziaria può ritenere che il corrispettivo pattuito celi, in tutto o in parte, una forma indiretta di attribuzione di utili.
Per questa ragione, è particolarmente opportuno disporre di:
Quando il marchio o il know-how è concesso in uso anche a soggetti indipendenti, il prezzo praticato verso terzi può costituire un elemento difensivo molto rilevante.
In tal caso, infatti, esiste un termine di confronto concreto che rafforza la sostenibilità del corrispettivo praticato nei rapporti con parti correlate.
Naturalmente, anche in tale situazione resta essenziale verificare che i rapporti siano effettivamente comparabili quanto a condizioni, funzioni e contesto economico.
Uno degli errori più pericolosi consiste nel fissare la royalty in modo intuitivo, sulla base di percentuali “sentite dire” o di prassi informali prive di supporto tecnico.
Questo approccio è rischioso perché:
In materia di royalties, l’improvvisazione è quasi sempre un elemento di debolezza.
Letta insieme ai principi già consolidati, la sentenza trasmette un messaggio molto chiaro.
L’imprenditore mantiene una significativa libertà nelle proprie scelte organizzative e strategiche.
Può:
Tuttavia, tale libertà non è sufficiente di per sé.
Senza una solida base documentale, tecnica ed economica, la struttura rischia di non reggere in sede di verifica.
Per questo motivo, il vero rischio non è rappresentato dalla percentuale in quanto tale, bensì dalla mancanza di prova.
La sentenza della Cassazione n. 12846 del 22 aprile 2022 non introduce un principio del tutto nuovo, ma rafforza in modo netto un orientamento già rilevante nella prassi applicativa:
l’imprenditore è libero nelle proprie scelte, ma deve essere in grado di dimostrarne la coerenza fiscale ed economica.
Nel campo delle royalties, questa regola può essere riassunta così:
non esiste una royalty giusta in astratto; esiste solo una royalty difendibile.
Ed è precisamente qui che si colloca la differenza tra:
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